Altrove – Elsewhere

Altrove. Un non luogo di sensi, fantasie e sensazioni. Un ensemble di destini incompiuti e distrazioni su tela immacolata.
Una cartografia dell’anima ancora in bilico tra ciò che è stato, ciò che avrebbe potuto essere e ciò che, ostinatamente, si rifiuta di svanire.

Una realtà surreale, dalle coordinate geografiche sorprendentemente precise, eppure così inafferrabile da sconfinare nell’immaginazione. Luoghi attraversati mille volte e mai davvero lasciati andare, strade che conducono altrove pur riportandomi sempre nello stesso punto, stagioni che si rincorrono senza incontrarsi, ricordi che prendono forma soltanto per dissolversi nell’istante stesso in cui credo di poterli trattenere.

E ovunque, quell’eterea, tangibile inconsistenza. Una presenza che attraversa silenziosamente ogni mio altrove, nascondendosi nella luce, confondendosi nel vento, riaffiorando improvvisamente nell’incertezza d’un colore, nella soave tenerezza d’una primavera, nell’ultimo, struggente abbandono d’un autunno che continua incessantemente a sussurrare.

Non occorre che ci sia. Non occorre nemmeno che ci sia mai stata. Basta quel suo modo inimitabile d’abitare l’assenza, di trasformare il vuoto in risonanza, il ricordo in desiderio, il desiderio in una malinconia tanto dolce da somigliare, anche solo per un istante, alla felicità.

Così, in quest’altrove senza confini, tutto accade senza compiersi davvero. I giorni si sovrappongono alle notti, le distanze dimenticano ogni misura, il tempo smarrisce la propria inesorabile geometria. Le cose viste si confondono con quelle vagheggiate, le parole con i pensieri, gli incontri con gli appuntamenti mancati, i sogni con la memoria di sogni che probabilmente non ho mai fatto.

E allora mi perdo. Ancora una volta, magnificamente, deliberatamente mi perdo.
In una fuga di musica, poesia e leggerezza di gioventù, indifferente agli anni, alle lontananze, alle disillusioni. Con la stessa ostinazione, con la stessa meraviglia.

Perché l’altrove non è un luogo da raggiungere, ma qualcosa che vive in noi. Una distanza infinita tra il mondo che ci è stato concesso e quello che non abbiamo mai smesso d’immaginare.

ENGLISH

Elsewhere. A non-place of senses, fantasies and sensations. An ensemble of unfinished destinies and distractions upon an immaculate canvas.
A cartography of the soul, still poised between what was, what might have been, and what, stubbornly, refuses to fade.

A surreal reality, with surprisingly precise geographical coordinates, yet so elusive that it slips into the imagination. Places I have wandered through a thousand times and never truly let go of, roads that lead elsewhere only to bring me back to the same point, seasons chasing one another without ever meeting, memories that take shape only to dissolve at the very instant I believe I can hold on to them.

And everywhere, that ethereal, tangible insubstantiality. A presence that moves silently through every place I call elsewhere, hiding in the light, mingling with the wind, suddenly resurfacing in the uncertainty of a color, in the gentle tenderness of a spring, in the final, aching surrender of an autumn that never stops whispering.

She need not be there. She need never even have been there. All it takes is her inimitable way of inhabiting absence, of turning emptiness into resonance, memory into desire, desire into a melancholy so sweet that, if only for an instant, it almost feels like happiness.

And so, in this boundless elsewhere, everything happens, yet nothing is ever quite complete. Days overlap with nights, distances forget all measure, time loses its inexorable geometry. Things seen blur into things longed for, words into thoughts, encounters into missed rendezvous, dreams into the memory of dreams I have probably never had.

And then I lose myself. Once again, magnificently, deliberately, I lose myself.
Escaping into music, poetry and the lightness of youth, heedless of passing years, miles and disillusionment. With the same stubbornness, with the same wonder.

For elsewhere is not a place to be reached, but something that lives within us. An infinite distance between the world we have been granted and the one we have never ceased to imagine.

e finalmente… ascolto – and at last… I listen

Umberto Stefanelli per TheUnique Magazine
https://www.theuniquemagazine.it

Nella mia fotografia affiora ormai una distanza irrimediabile dalla realtà, con il suo rumore di fondo, le sue urgenze senza eco. Da tutto ciò che, sempre più spesso, appare privo d’una qualsiasi risonanza.

È così anche in quest’ennesima Primavera giapponese, illuminata dalla divina Callas, in un’ebbrezza di voce, petali, emozioni e molte più lacrime di quante pensassi d’avere.

Una primavera più percepita che contemplata, più eterea che terrena.

Tutto sembra avvenire senza mai diventare davvero forma. Le immagini si accendono e subito si ritirano, facendosi vibrazione, qualcosa che si dissolve pur lasciando traccia.

Così mi nascondo nei dettagli, mi rivelo nelle forme in movimento; in astrazioni leggere dove l’immaginato prevale sul visto, dove il tempo si scioglie perdendo rilievo.

Là ritrovo la tua bellezza rinascimentale, la consistenza liquida dei tuoi occhi, la seta silenziosa della tua pelle.

È là che mi distendo indifeso, e finalmente… ascolto.

ENGLISH

In my photography there now surfaces an irreparable distance from reality, with its background noise, its urgencies without an echo. From everything that, more and more often, appears devoid of any resonance whatsoever.

So it is, too, in this latest Japanese spring, lit by the divine Callas, in a rapture of voice, petals, emotion, and rather more tears than I thought I had in me.

A spring more sensed than contemplated, more ethereal than earthly.

Everything seems to happen without ever quite becoming form. The images flare up and at once withdraw, turning into vibration, something that dissolves while still leaving a trace.

So I hide myself away in the details, I reveal myself in shapes in motion; in light abstractions where the imagined outweighs the seen, where time melts away, losing all relief.

There I find again your Renaissance beauty, the liquid consistency of your eyes, the silent silk of your skin.

It is there that I lie down, defenseless, and at last… I listen.

Nient’altro che luce, amore e ispirazione selvaggia – Nothing but light, love, and a wild, untamed inspiration.

Chopin sul pianoforte di Moravec, come carezza di poesia in musica. Gioco sottile di memoria, gocce di pioggia su cuscini di velluto. Un flusso ininterrotto d’assenza e confessione.

E in quella materia fragile e sonora la mia malattia si fece vertigine, superò ogni confine umano, ogni tentativo d’umana comprensione.
Una febbre che toglie respiro al respiro, che consuma ed insieme rivela.

La mia razionalità si incrina, si piega, si inginocchia ed infine si arrende.
Perché non esiste più forma né pensiero: solo luce.
Nient’altro che luce, amore e ispirazione selvaggia.

ENGLISH

Chopin through Moravec’s piano, a poetic caress in sound. A subtle play of memory, raindrops on velvet cushions. An unbroken flow of absence and confession.

And within that fragile, sounding matter my illness became vertigo, crossed every human boundary, every attempt at human understanding.
A fever that steals breath from breath, that consumes and, at once, reveals.

My reason cracks, bends, kneels, and finally surrenders.
There is no longer form nor thought: only light.
Nothing but light, love, and a wild, untamed inspiration.

Tierra de Bolivia

Umberto Stefanelli per TheUnique Magazine
https://www.theuniquemagazine.it

Un luogo stregato disteso su fervida immaginazione di colore e velluto. Paesaggi immateriali d’altitudine estrema, tropici e archeologia. Un pensiero sospeso tra pensieri ancora in fasce la Bolivia.

Terra di padri e figli, parole liberate, sentimenti rivelati e rimpianti abbandonati finalmente al loro destino.

Il nero a graffiare il bianco, acqua cristallina su silenzi infiniti, deserti e cordigliere dove ti pare di toccare il cielo, dove ti sembra d’ascoltare Dio. Dove il tempo si ferma e la fretta si fa di consistenza immaginaria.

Una terra lucida di sale, velata di rosso, pura di splendore.
Una terra… Tierra de Bolivia.

ENGLISH

A bewitched place, spread across a fervid imagination of colour and velvet.
Immaterial landscapes of extreme altitude, tropics and archaeology.
A thought suspended among thoughts still in swaddling clothes — that is Bolivia.

Land of fathers and sons, of words set free, of feelings laid bare and regrets at last abandoned to their fate.

Black scratching against white, crystalline water on infinite silences, deserts and mountain ranges where you feel you might reach out and touch the sky, where you might almost hear God. Where time stands still and haste becomes a thing of the imagination.

A land burnished with salt, veiled in red, pure in its splendour.
A land… Tierra de Bolivia.

Adesso o mai più — It’s now or never

Adesso o mai più — quanta certezza in quest’impazienza che non osa rimandare piacere.
Questa frenesia vestita di sorrisi raggianti che si consegna anima e corpo alle grandi passioni, scivolando leggiadra tra abbracci distanti d’ultima volta, baci, null’altro che baci ed amori senza tregua né intenzione d’attendere.

Un tempo che non conosce domani, fragile come colore in fuga.
Irrefrenabili rêverie su giorni tinti di rosso e paesaggi immaginari d’aria, furore ed entropia.

ENGLISH

It’s now or never — such certainty in this impatience that won’t wait for pleasure.
This frenzy, dressed in radiant smiles, surrendering body and soul to great passions, gliding gracefully through last-time embraces, kisses, nothing but kisses, and loves neither pausing nor waiting.

A time that knows no tomorrow, fragile as color in flight.
Irrepressible rêveries on days stained red and imaginary landscapes of air, fury, and entropy.

“I’ve traveled each and every highway”

Raramente mi concedo il lusso sfacciato dei bilanci o mi fermo a sfogliare riflessioni che sarebbe meglio lasciare nel limbo dei pensieri incompiuti.

Questo esercizio – non sempre sterile – d’improvvisa consapevolezza, 
potrebbe sembrare un capolinea di desideri su cui far calare il sipario della vita, che resta invece un traguardo dai contorni sfumati.

Eppure, a volte, è necessario lanciare lo sguardo e la ragione alle spalle, se non altro per riconoscere la moltitudine dei passi messi insieme, il flusso incessante d’esperienze ed emozioni attraversate.

Il ricordo nitidamente confuso delle innumerevoli strade percorse… sempre e solo a modo mio.

ENGLISH

Rarely do I grant myself the brazen luxury of taking stock, or linger over reflections better left in the limbo of unfinished thoughts.

This exercise – not always sterile – of sudden awareness may appear as a terminus of desires, a moment to draw the curtain on life, which instead remains a destination with blurred contours.

Yet, at times, it becomes necessary to set eyes and reason backwards, if only to fully acknowledge the multitude of steps taken, the unbroken flow of experiences and emotions crossed.

The sharply blurred memory of the countless roads travelled… always and only my way.

Carezze di chiffon – Chiffon caresses

Per un 2026 stellare, lucido e glorioso.

Colori sparpagliati a caso sotto cieli di zucchero filato…
fuori da qualsiasi mappa, su un cammino di sola percezione.

Pensieri mistici, sospiri a perdifiato, carezze di chiffon.
Stelle cadenti e lucciole danzanti, vigneti in fiore, fiumi di ciliegie in piena.

Sberle di passione, raffiche di tenerezza, brividi ancestrali e primavere giapponesi.

ENGLISH

Wishing you a stellar, lucid and glorious 2026.

Colors scattered at random beneath cotton candy skies…
beyond any map, on a path of pure perception.

Mystical thoughts, breathless sighs, chiffon caresses.
Falling stars and dancing fireflies, vineyards in bloom, rivers of ripe cherries.

Slaps of passion, gusts of tenderness, ancestral shivers, and Japanese springtimes.

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