BANGKOK

“E t’ho detto che stavo a Bangkok”, ripeteva spesso il buon vecchio Ivo, che quella città la amava in maniera speciale.

A me suscita sentimenti contrastanti, il più classico dei rapporti odio-amore.
Il traffico improponibile, la prostituzione onnipresente, la sporcizia, i disgustosi e disinvolti roditori, quegli spettacoli di quart’ordine in cui alla vagina manca solo la parola, non sono che una minima parte dei mali di questa allucinante metropoli.

Ma la medaglia offre anche la sua parte migliore.
Il Dusit Thani e gli “uccelli di Bangkok”, il Lumpini park, i mercati di umanità ed arte varia, i bambini che fanno il bagno nel Chao Phraya, il sorriso contagioso dei thai, la cucina speziata, piena di profumi favolosi e distanti, i templi oro e pastello, l’originalissima cerimonia di ringraziamento per la prima vendita della giornata.

Un mondo variopinto e fantastico, che mi rimette di buon umore, in un battito d’ali di farfalla.

English

I told you I was in Bangkok, it used to say my old friend Ivo that loved that city very much.

I have opposite feelings for it, a classic hate/love relationship.
Heavy traffic, prostitution, dirtiness, disgusting rats coming across the streets, that kind of shows where you can see a vagina doing impossible things.
Those are just few of the Bangkok diseases.

But there is also good side of the coin.
The Dusit Thani and “the birds of Bangkok”, the Lumpini park, the many markets full of humanity, the kids swimming in the Chao Phraya river, the Thai open smile, the lovely, spicy and scented cuisine, the golden and pastel temples, that original ceremony for the first sale of the day.

A fantastic and multicolored world, that put me in a good mood in a beat of butterfly wings.

La capacità innata di raccontare – The innate characteristic of telling a story

La capacità innata di raccontare, di fissare in tempo reale e tangibile i ricordi, è stata un’altra delle caratteristiche salienti del Mito Polaroid.

Un formato immagine discreto, impreziosito da quello spazio bianco, dove poche, selezionatissime lettere potevano trovare una forma ben definita. Un ulteriore esercizio di essenzialità.

Un talento unico nel riportare su carta quei dettagli che bastano, da soli, a raccontare il percorso di una vita.

Con un minimo di impegno, si sarebbe potuto fare molto, ma molto di più.

English

The innate characteristic of telling a story, fixing your memories in an instant that you could touch. That was another important feature of the Polaroid Myth.

A fair image size, embellished by that white space, where you could have played with few selected words. Another touch of simplicity.

A unique talent for bringing into photo-paper the kind of details that tell a life story.

With a little bit of care, we could have done much better.

Polaroid e la negazione assoluta della poesia – Polaroid and the absolute denial of poetry

Non sono la persona più indicata per parlare di Polaroid.
Questa mia affermazione potrà sembrare per certi versi assurda, ma vi assicuro che non lo è.
Quando il coinvolgimento emotivo è così forte, si potrebbe perdere di lucidità.
Stavolta però farò uno sforzo ed un’eccezione.

A rigor di logica, Polaroid avrebbe dovuto imboccare, prima di altri, l’originale sentiero della fotografia digitale.
Lo sviluppo naturale del concetto scatta e guarda, con l’aggiunta preziosa dell’elemento tattile, rappresentato dalla stampa.

Ed invece i sogni di gloria si sono perduti per strada, per una serie di errori, il più grave dei quali è stato, a mio modesto parere, l’incapacità di previsione a medio e lungo termine.

Non parliamo poi di Polaroid Italia, della sua gestione assurda, dell’ingiustificato monopolio assegnato ad una manciata di fotografi e/o tecnici, nella più pura e pessima abitudine, tipicamente italiana, delle solite facce e dei soliti accordi.
Il risultato disastroso di questa politica, oggi è sotto gli occhi di tutti.

Si cerca quindi di correre tardivamente ai ripari, dapprima con la stampantina portatile PoGo ed adesso con questa sub-specie di macchina digitale con stampante incorporata, dall’indefinibile sigla CZA 05300B.
L’ho provata alcuni mesi fa in Giappone e non mi è piaciuta per niente.

Un formato immagine piccolo ed insignificante, privo delle più importanti peculiarità che hanno reso questo nome così speciale.
La negazione assoluta di quella pura ed interminabile poesia che rispondeva – ahimè – al nome di Polaroid.

English

I’m not the right person to talk about Polaroid.
I know this can sound weird, but it’s not.
When you’re emotional involved with something it is difficult to remain objective, but this time I wanna try to do it.

Polaroid should have reached the top of digital heap, before the others.
That’s because digital photography represents the natural evolution of Polaroid. Shoot and look.

However the Company – very far from its former glory – lost its way by taking a series of wrong turns, the worst of whom was to provide an accurate long-term estimation.

It is better not to talk about Polaroid Italy, of its nonsensical management style, of that unfair monopoly given to few photographers and/or technicians.
The disastrous politics of this Company is clearly visible anyway.

Now Polaroid would like to overcome long-standing digital obstacles, with two new products. A small, portable printer and a funny digital camera with a built-in printer.
I’ve tried it in Japan and I didn’t like it at all.

The image size is too small and the image itself is not so special.
The absolute denial of that pure never-ending poetry that went by the name of Polaroid.

UN VENERDI’ SILENZIOSO – A SILENT FRIDAY

E’ un venerdì silenzioso il mio, una vigilia festiva di riflessione.
I motivi non li conosco o magari non riesco a spiegarli, neanche a me stesso.

E’ uno di quei giorni in cui vorrei essere su un treno con destinazione ignota.
Respirare l’essenza di una stazione, nutrirmi di raggi sfuggiti alla guardia negligente di tettoie e pensiline.

Attraversare il destino di così tante persone, per il tempo strettamente necessario ad uno sguardo vuoto e disattento.

English

I’ll have a silent Friday today. A weekend eve of thinking.
I don’t know why or, maybe, I can’t explain it, not even to myself.

It is one of that days when I would like to be on a train with an unknown destination.
Breathing the station essence, feed myself with sunbeams seeped through station shelters.

Pass through the life of so many people, for the time necessary to exchange an empty and careless glance.